Carta da parati
“Non fottere con me o chiamo la madama” (Pippo Sowlo)
Andrea ha i capelli corti e gli occhi azzurri, classe 91. È un veterano del Duomo, che vuol dire che a Rovigo tra le 19 e le 21 ti salutano tutti, perché al 90% avrai in meno uno spritz. Il suo al cynar il mio al select. Fa l’imbianchino e decoratore e la sua vita non è stata gratis, c’è una metà che manca da qualche anno e per una volta non si parla di donne.
Una carta da parati di Degournay non è esattamente un oggetto per tutti. Nasce dall’incontro tra un fondatore inglese e l’antica tradizione cinese delle chinoiserie, quei pannelli dipinti a mano che tra Sette e Ottocento facevano impazzire l’aristocrazia europea, con paradisee, peonie e glicini che prendevano vita su carta Xuan, un materiale che si produce ancora oggi attraverso 100 fasi di lavorazione di steli di riso e corteccia di sandalo. Non trovando artigiani capaci di replicare quella maestria, il fondatore volò direttamente a Shanghai, dove nel 1986 nacque de Gournay. Oggi nel laboratorio di Shanghai lavorano un centinaio di artigiani, su pannelli che richiedono fino a 150 ore di lavorazione ciascuno, spesso completamente su misura per lo spazio del cliente. Le loro carte hanno fatto da sfondo alla mostra “China: Through the Looking Glass” al Met di New York nel 2015, sono comparse su un abito indossato da Kate Middleton e su scarpe in edizione limitata firmate Altuzarra.
Cosa accomuna Andrea e Degournay? L’attesa. Se sei mesi bastano per i decoratori cinesi, non bastano per lui. Andrea è pieno di lavoro e mi fa riflettere. Mi dice che i 16enni della scuola edile sono dei cazzoni ma non sono mona, cioè non sono mica scemi. Vogliono fare tutti idraulica perchè hanno capito che se rivendi il condizionatore puoi mettere il markup. Chiedo ad Andrea se esistono pitture di lusso o particolari e mi parla di quelle agli ioni d’argento. Lui lavora con Paulin, un colorificio veneto cui è molto legato perché lavora solo coí professionisti, sennò saremmo tutti uguali no?
Nella settimana della quotazione di Bending Spoons Andrea ci regala lezioni non da poco. La prima è dimensionale, Andrea ha mercato per far lavorare due squadre ma preferisce prendere lavori per la primavera 27 al posto di sdoppiarsi. È un tema di responsabilità verso la qualità. La seconda è umana: gli chiedo perché non alza i prezzi, all’economista che è in me hanno insegnato che si fa così. Offerta stabile domanda cresce si alza il prezzo. Mi guarda strano, perché? E non ne fa una questione solo etica, mi brucerei dice.
L’errore da non fare è quello di scambiare questo small circle per una cricca di campagnoli che non vuole crescere. Questo è esattamente quel capitale relazionale e di congierge service che oggi compriamo con l’Amex centurion e fino a ieri avevamo in casa. Sarebbe bastato trattare bene le persone.
Questi rapporti sociali si reggono su assi diversi, il mercato è ospite e male necessario, o meglio è un sistema accettato. Il valore di una mano stretta e del darsi una mano è però superiore. Non c’è nessun buon samaritano, i soldi piacciono a tutti. C’è una rete stretta che non cerca la scala, preferisce in loco della stessa sicure relazioni solide. Passa veloce il tempo con Andrea ho le prove nel ping di mamma incazzata come una biscia perché c’era in tavola il pollo buono e ha dovuto scaldarlo due volte
Stai calma, cielo.
Sono stato tutto il giorno al telefono per sventare un colpo gobbo verso un mio cliente. Questo non sarebbe mai accaduto con Andrea Imbianchino e decoratore. Non so se verrà un giorno in cui questo tipo di professionisti tornerà ad avere giustizia anche perché da soli non reggerebbero un’economia. Quello che so è che tra un Martini al The Connaught e due ombre con Andrea ieri sera non c’era confronto, non avrei mai rivalutato altrimenti la carta da parati.


